‘Sorridere alla vita’ è un’esortazione che pare fuori luogo ma, in effetti, è un imperativo per chi ha compreso, almeno un po’, l’importanza del concetto che è insito in queste tre piccole parole.

Sorridere alla vita, quindi, è l’unico arcobaleno in grado di trasportarci in un nuovo mondo fatto di profumi, musica e colori fantastici in grado di dare senso alla nostra esistenza terrena che, per sua natura, è ricolma di ostacoli e grandi dolori che devono essere superati cogliendone i grandi insegnamenti.

Troppe domande razionali, troppi arzigogolamenti mentali, troppa tristezza non rientrano nel flusso naturale delle cose e per riuscire a vedere ciò che ci capita sotto una luce più illuminante l’unico rimedio è tornare a sorridere alla vita lasciandosi amabilmente trasportare da una corrente  benevola che scorre dentro ogni nostra cellula, ogni nostro pensiero, ogni nostra emozione, ogni nostra intuizione e comprensione.

Tornare a sorridere alla vita, quella vera che non si esaurirà sicuramente in una piccola esistenza terrena, ci darà l’opportunità di proseguire il cammino per raggiungere lo scopo per cui siamo: evolvere.

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C’era una volta, in un piccolo villaggio sperduto nella campagna, un uomo che aveva perso il sorriso e con esso la possibilità di sorridere alla vita. Non era stato sempre così anzi, tutti lo conoscevano come uomo buono, sempre disponibile all’aiuto, amante della natura e di tutti gli esseri che la popolavano, umani compresi.

Un triste giorno, però, in una tremenda e fredda mattinata, la sua esistenza venne sconvolta da un avvenimento terribile: una improvvisa tromba d’aria gli portò via, in un soffio, tutti coloro che di più cari aveva al mondo ed allo stesso tempo distrusse anche tutto ciò che con tanta fatica ed immani sacrifici era riuscito a costruire.

Si ritrovò solo, senza la donna che amava con tutto il suo cuore, senza i suoi due teneri bambini che erano il suo vanto e la sua felicità, senza raccolti, stalla e senza casa.

Nei giorni seguenti il disastro una specie di nebbia si impossessò della sua mente ed anche del suo cuore; si rese conto di provare un dolore talmente grande da inebetirlo ed era un dolore muto, di quelli che non si sfogano nelle parole, nel pianto o nelle imprecazioni contro un crudele destino.

A mano a mano che passavano i giorni la nebbia incominciò a diradarsi lasciando spazio al rammarico e rimpianse amaramente di non essere stato lì anche lui per poter fare la fine dei suoi cari andando via con loro.

Dopo il rammarico ed il rimpianto arrivò anche una rabbia intrattenibile, muta come il suo dolore, talmente intensa da colorare tutto il suo mondo di un rosso intenso e cupo.

I suoi amici lo vedevano imbruttirsi di giorno in giorno ma lui si era chiuso in un silenzio sepolcrale e, pur rimanendo con loro cortese, non dava loro modo di porgergli il loro sostegno ed il loro aiuto.

Negli anni a seguire ricostruì la sua casa e la stalla, coltivò i suoi campi e riprese una vita che poteva sembrare normale ma il sorriso non tornò ed il suo viso si segnò con profonde rughe che gli davano un’espressione triste e corrucciata.

Lontani i giorni dell’allegria e della spensieratezza, nella sua mente pensieri sempre più tristi, irati e disillusi; nel suo cuore una solitudine sorda e profonda che gli impediva non solo di tornare ad amare ma anche di provare qualsivoglia emozione di simpatia; nel suo animo un malinconico disincanto che gli toglieva la speranza di trovare un senso alla sua vita.

Un giorno mentre era intento a spaccar legna da accatastare per l’inverno che stava arrivando, dal folto del bosco vide avanzare una strana figura che lo incuriosì. Posò l’ascia vicino al ceppo ed asciugandosi il sudore con la manica della sua camicia, si sedette sugli scalini della sua casa, quasi fosse in attesa di un appuntamento.

Pian piano, con il procedere, i contorni della figura di chi stava arrivando, prendevano forma e lui poté rendersi conto che quella che stava arrivando, con passo calmo e ritmato, era una strana donna, né giovane né vecchia, vestita di colori sgargianti che ricordavano la brillantezza di un arcobaleno e che portava con sé una grande borsa sulla groppa di un asinello piccolo e di un grigio chiaro, quasi argenteo.

Giunta dinanzi a lui, la donna gli sorrise guardandolo fisso negli occhi ma senza proferir parola e lui si sentì ad un tratto colmato da una ritrovata serenità ma l’effetto benefico durò poco più di un’istante e poi, com’era sopraggiunto, svanì.

Nessuno dei due parlava e dopo il lungo silenzio, la donna arcobaleno chiese:

“Siete sicuramente un brav’uomo ed ho una richiesta da farvi: mi ospitereste nelle vostra casa per qualche giorno dandomi l’opportunità di riposarmi un po’ dalle fatiche del mio duro cammino?”

E l’uomo rispose:

“In vita mia non ho mai rifiutato aiuto a chi me l’ha richiesto. La mia casa è aperta a voi ma non contate sulla mia compagnia vivo solo e non sono in vena di convenevoli o, ancor peggio, di chiacchierate inutili. Entrate pure e mettete il vostro bagaglio nella camera di destra del primo piano poi fate come se foste a casa vostra ma lasciatemi in pace. Io metterò il vostro asinello nella stalla e gli darò anche da mangiare”.

Detto questo si alzò, tolse la grande borsa dalla groppa dell’asinello e l’appoggiò a terra poi, con fare deciso, si diresse con l’asinello verso la stalla.

La donna arcobaleno prese la sua borsa ed entrò in casa; non rimase certo sorpresa del fatto che tutto fosse ostinatamente in ordine e pulito ma triste e freddo come lo scompartimento lasciato vuoto in un frigorifero che girava al massimo senza sapere per cosa.

Non un quadro alle pareti, nessuna fotografia, nessun soprammobile, senza tende alle finestre insomma, una casa vissuta ma morta.

La donna arcobaleno non era certo abituata a quel clima gelido e così, con il passare dei giorni, senza neppure farlo apposta, la sua stessa presenza iniziò a ridare vita e calore all’ambiente mentre l’uomo continuava la sua vita solitaria e pareva non accorgersi dei cambiamenti che avvenivano intorno a lui tranne che per la musica che la donna suonava con uno strano strumento mai visto prima.

Era una musica dolce e rasserenante, a tratti lenta ed a volte vivace, ma sempre estremamente piacevole e mentre le note si spandevano nell’aria sembrava quasi che tutto si tingesse di nuovi colori più vivi e brillanti e l’animo sensibile dell’uomo non poteva non rimanerne impressionato.

Era ormai trascorso un mese dal suo arrivo quando, una sera, la donna arcobaleno, per la prima volta, si sedette sulla poltrona di fronte al grande camino acceso; sull’altra poltrona, l’uomo che aveva perso il sorriso fumava la sua pipa perso nei suoi cupi pensieri.

Lei gli porse una tazza piena di una calda bevanda di un bel verde brillante che l’uomo accettò e ringraziandola le chiese se poteva suonare un po’ della sua musica che lo faceva stare meglio.

In quella serata, finalmente, grazie alla musica ed ai suoi colori, il ghiaccio si stava incrinando lasciando fuoriuscire gocce microscopiche di vita che smaniavano di tornare a potersi esprimere.

Dopo aver suonato per lui e prima di accomiatarsi per la notte, la donna arcobaleno si rivolse all’uomo dicendo:

“Se vuoi sentire la mia musica e vederne tutti i suoi colori anche quando io ripartirò, ti basterà tornare a sorridere alla vita”.

E l’uomo rispose:

“Come può un sorriso farmi sentire la musica e farmi vedere i suoi colori?”

Dopo qualche istante di silenzio, la donna arcobaleno disse:

“Tutto ciò che senti e vedi, e tocchi ed assaggi e tutti i profumi del mondo non sono fuori ma sono dentro di Te. Se immagini e pensi in grigio, ti circonderai di cose fredde e mute, non sentirai musica  ed i colori spariranno dalla tua esistenza. Se penserai ed immaginerai con tutti i colori e le note del mondo, riavrai tutta la musica ed i colori che tanto ti piacciono.  Così come percorrere un ponte ti aiuta ad arrivare sull’altra sponda del fiume, tornare a sorridere alla vita ti aiuterà a cambiare i tuoi pensieri ed i tuoi sogni e ad attirare a Te tutto ciò che più ti fa felice”.